la Roma del dopoguerra ne “l’orologio”

Trovare resoconti vividi e dettagliati su com’era davvero la vita a Roma nel primissimo dopoguerra (intendo subito dopo la fine della seconda guerra mondiale) non è proprio facile: la maggior parte delle storie e dei documentari si concentra sulle vicende politiche e militari, che comprensibilmente assorbivano tutta l’attenzione e le emozioni del momento, ieri come oggi.

Da romano interessatissimo alla storia della mia città devo dire che uno dei migliori racconti su come fosse davvero la situazione a Roma nel 1945-1946 l’ho trovato nel romanzo “L’orologio” di Carlo Levi, lo stesso autore di “Cristo si è fermato ad Eboli” (da non confondere con Primo Levi, autore coevo di “Se questo è un uomo”).

 

il romanzo

E’ un romanzo autobiografico ambientato nel dicembre del 1945, quando Levi dirigeva il giornale Italia Libera, giornale del partito d’Azione di Ferruccio Parri (che nel libro viene sempre e solo chiamato “il Presidente”), in cui le vicende per riparare un orologio da taschino rotto accidentalmente sono un pretesto per raccontare la vita a Roma e in Italia in quei mesi concitati.

La quasi totalità delle recensioni e dei commenti che ho trovato su questo libro sono tutti incentrati sulle vicende politiche, sulla caduta del governo Parri, sulle tensioni sociali e sui problemi politici di quel tempo, ma onestamente io ne sono rimasto affascinato per un altro aspetto: è un libro che racconta perfettamente la vita della gente comune in quei primi mesi subito dopo la fine della guerra. Racconti vividi e precisi come pochi altri, di esperienze vissute direttamente dall’autore.

 

la Roma del dopoguerra

A me che sono romano queste descrizioni quasi incredibili di una Roma che non ho mai conosciuto mi hanno colpito moltissimo: c’erano miserie e difficoltà che noi romani fortunati del terzo millennio non abbiamo mai vissuto, ma c’era anche tantissima voglia di vivere dopo gli anni terribili della guerra, c’era la voglia di ricostruire un’Italia migliore, c’era la necessità di riappropriarsi delle proprie vite.

E così leggendo questo libro ho scoperto tante cose che non sapevo sulla mia città.
Ad esempio come funzionavano i trasporti pubblici:

Corremmo fino all’angolo di piazza Venezia: non volevo piú perdere altro tempo. Fui fortunato: una camionetta passava; il ragazzo che si sporgeva, seduto sulla sponda, gridava: – San Giovanni! – Salutai di furia Casorin e Moneta, rincorsi la macchina, mi afferrai al bordo, e aiutato e quasi issato di peso da quelli che stavano sopra, ci saltai dentro.

Era, come tutte le altre, un vecchio camioncino fuori uso, che, dopo aver fatto per anni e anni un suo servizio, era andato a nascondersi, durante l’epoca dei Tedeschi, in qualche ripostiglio, sotto qualche tettoia o qualche mucchio di paglia, dove aveva finito di arrugginire e di sfasciarsi. Adattato poi, in poche ore, al trasporto delle persone, fornito di sponde di legno, di montanti di ferro che reggevano una tenda per i giorni di pioggia, di due rozze panche per i passeggeri, con gomme trovate d’occasione, o rubate agli alleati, o fasciate e rattoppate alla meglio, si era messo a correre per le strade, subito dopo la liberazione, a far muovere la gente, a riempire le vie di chiasso e di puzzo di benzina, allegro, miserabile e rumoroso. Mancavano i tram e gli autobus: le camionette avevano preso il loro posto; stracciate, irregolari, disordinate: un esercito di sanculotti in cenci che teneva in scacco gli eserciti tradizionali. Erano brutte e scomode, ma tuttavia erano una libera, popolare invenzione della miseria, piene di coraggio e di iniziativa, e pareva lo sapessero, e lo dimostrassero anche nella loro andatura tutta brio, slancio e quasi entusiasmo. Di solito, erano stipate: ai capolinea, senza orario, aspettavano a partire di aver completato il carico, di aver stivato fino all’inverosimile i passeggeri, che stavano, pazienti o imprecanti con le ginocchia incastrate in quelle dei vicini, come sardine di Nantes in una scatola di latta.

E come questa tante altre descrizioni della vita della gente comune, storie che non avevo mai sentito, tragedie e miserie che per mia fortuna io non ho mai vissuto.
In particolare tutta la vicenda ambientata al lotto 42 della Garbatella è uno spaccato di vita, anzi di tragica disperazione e miseria, che non avevo mai sentito raccontare.
E il racconto dell’avventuroso viaggio da Roma a Napoli vale da solo l’acquisto del libro: per noi viaggiatori del 2000 storie come quelle possono sembrare lontane e assurde come i viaggi nel Far West americano ai tempi dei pellerossa, ma sono cose accadute davvero, nemmeno troppi decenni fa.

Altre pagine che mi hanno colpito moltissimo sono quelle con i brevi flashback su quanto accaduto durante la guerra: in particolare mi è rimasta impressa quella scena della fuga precipitosa dalla Francia all’arrivo delle truppe naziste.

 

Insomma, un libro che consiglio assolutamente.

l'orologio di Carlo Levi

 

Dell’altro libro citato all’inizio, il più famoso e conosciuto “Cristo si è fermato ad Eboli“, parlo nelle pagine che ho dedicato a come si viveva a Matera nel passato e a Grassano (un paese della Lucania dove Levi fu mandato al confino).

 

Se sei interessato ad informazioni e consigli su come organizzare il viaggio a Roma:

guida alla scoperta di Roma

 

E per altre destinazioni turistiche ti rimando alla sezione sulle guide di viaggio.

 

 

Photocredit immagine di copertina: Bundesarchiv

 

Valerio M.
Valerio M.http://www.valeriom.it
Ho viaggiato molto, sia per lavoro che per passione. In questo sito pubblico consigli e informazioni utili per organizzare viaggi e vacanze in tutto il mondo prenotando al miglior prezzo tramite siti affidabili. Tutto ciò che scrivo è basato sulla mia esperienza personale.

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